
Fuorigioco dalla storia
“90 minuti che hanno cambiato il mondo”
Cile-Urss 2-0: La partita fantasma

«L’arbitro fischia l’inizio della partita e il Cile attacca a pieno organico. La palla transita sui piedi del capitano, Franco Valdés. Accompagnano l’azione anche i difensori, a cominciare da Elías Figueroa. Al centro dell’attacco c’è il più forte di tutti, Carlos Caszely: i compagni lo cercano, vogliono concedergli l’onore di depositare la palla in rete, ma lui ha un’idea diversa, preferisce che a completare l’opera sia il capitano. E così, il gol dell’ 1-0 lo segna Valdés. Sono passati soltanto diciassette secondi e il Cile è in vantaggio». Chiudete gli occhi per un attimo e immaginate il racconto di questo gol da parte di un radiocronista cileno. È il 21 novembre 1973 e non si tratta di una partita come tutte le altre: ci si gioca la qualificazione al Mondiale dell’anno successivo. La realtà però è ben diversa: in campo, infatti, c’è solo una squadra. L’altra, l’Unione Sovietica, è rimasta a casa e a Santiago si sta giocando Cile contro nessuno.
Per capire questa partita è necessario fare un passo indietro: l’11 settembre, con un cruento colpo di stato, ha preso il potere il generale Augusto Pinochet. Il governo del socialista Salvador Allende, eletto presidente della Repubblica tre anni prima dopo elezioni regolari, si è dissolto all’alba sotto i colpi dell’aviazione militare che ha bombardato il Palacio de La Moneda, sede dell’esecutivo. Il presidente dell’Urss, Leonid Breznev, interruppe immediatamente i rapporti diplomatici con i cileni e fece rientrare tutti i connazionali in patria. Ma nonostante tutto il calcio non si fermò e nemmeno due settimane dopo il golpe, la nazionale cilena volò a Mosca per la gara di andata che si sarebbe giocata il 26 settembre.

L’accoglienza non fu delle migliori: Carlos Caszely ed Elías Figueroa vennero trattenuti per alcune ore in aeroporto per presunte differenze sulle foto dei loro passaporti. La tensione nell’aria è palpabile e il primo atto dello spareggio mondiale va in scena in uno stadio Lenin tappezzato di forze dell’ordine. Il tabellino finale recita 0-0, tutto rinviato alla partita di ritorno.
In Cile, intanto, la repressione non si fermava. L’Estadio Nacional, l’impianto che avrebbe ospitato la sfida contro l’Unione Sovietica, ha cambiato completamente destinazione d’uso: è diventato il luogo in cui vengono rinchiusi, torturati e uccisi gli oppositori del regime. Il calcio, ancora una volta, non si fermò. La FIFA, il 23 ottobre, inviò una delegazione con il compito di certificare le condizioni idonee per disputare l’incontro. A distanza di pochi giorni, la FIFA emette un comunicato in cui comunica che alla delegazione in visita è stata garantita la massima sicurezza senza un’ipotesi di aumento del pericolo. Per la FIFA la questione è chiusa: Cile-Unione Sovietica si gioca a Santiago, all’Estadio Nacional. Mosca, che aveva già chiesto di giocare in campo neutro, non fece attendere la sua reazione: «Per questioni morali, non manderemo i nostri giocatori in un luogo nel quale è stato versato il sangue dei patrioti cileni».

A Santiago nessuno fece marcia indietro: mercoledì 21 novembre, ore 18, sulle tribune dell’Estadio Nacional sono in poco meno di 20 000. I prigionieri sugli spalti hanno lasciato il posto a gente comune e di lì a poco si sarebbe consumata una delle pagine più tristi nella storia del calcio mondiale. Il Cile, vestiti con la tradizionale casacca rossa, diedero inizio alla pantomima avanzando al piccolo trotto verso la porta avversaria con Francisco Valdés che depositò il pallone in rete. A norma di regolamento, la squadra, che aveva subito la rete avrebbe dovuto rimettere in gioco il pallone. Siccome la squadra in questione non c’era, al direttore di gara Linemayr non restò altro che fischiare la fine. Il Cile ebbe la partita vinta 2-0 a tavolino, con relativa qualificazione per il Mondiale dell’anno dopo, l’Unione Sovietica venne multata dalla FIFA per non essere scesa in campo.
«Se avessi avuto coraggio, avrei spedito il pallone da un’altra parte. Ma di coraggio, quel giorno, non ne ho avuto», rivelò dopo anni Carlos Caszely, il quale era un fermo sostenitore di Salvador Allende, sottolineando la vergogna provata per aver partecipato a quella sconcertante esibizione. L’inizio della fine per il dittatore coincide con il referendum del 1988 nel quale i cileni sono chiamati a esprimersi sulla continuazione o meno del regime. Il “no” otterrà il 55% dei voti e Caszely comincerà finalmente a liberarsi del peso di quel gol segnato in uno stadio diventato campo di concentramento e luogo di tortura.